domenica 25 ottobre 2009

Dias de lluvias

Un ricordo, in modo particolare, riaffiora ogni volta che
penso a come sia cominciato il coinvolgimento vero,
l’inizio di una vaga intuizione, divenuta poi
consapevolezza che nulla sarebbe più stato come prima.
E’ un immagine curiosa nella sua banalità, la semplice
attesa davanti alla macchina con l’ennesima rogna al
motore, standosene sotto una tettoia di zinco su cui batteva
una pioggia fine. Il meccanico la guardava senza dire
niente, e ogni tanto sbirciava me, con un mezzo sorriso
indecifrabile. La pioggia era sola una scusa. A nessuno, li,
importava nulla di bagnarsi, faceva abbastanza caldo da
infradiciarsi comunque per l’umidità, e starsene sotto
quella tettoia era soltanto una buona occasione per smettere
di fare le cose di sempre. L’uomo aveva un età
indefinibile, forse era molto più vecchio di quanto
apparisse, indossava una tuta di cui si era smarrita ogni
memoria dell’originario colore, e teneva le mani in tasca
senza decidersi a fare quel che io speravo: dire cosa
secondo lui avesse il motore e quanto tempo ci sarebbe
voluto per rimetterlo in sesto.[ ] Lui continuava a non dire
niente, e la pioggia a battere sulla lamiera di zinco.
La strana sensazione che avvertivo l’avrei afferrata molto
più tardi: stavo perdendo la fretta, l’ansia dei ritmi
che mi ero portato appresso cominciava a sfaldarsi, e il
sintomo impalpabile era quel semplice ascoltare la pioggia e
smettere di chiedere al meccanico quanto tempo ci sarebbe
voluto.
Il mio tempo non era il tempo della realtà che mi
circondava.
Fino a quel momento lo avevo speso male, illudendomi di
vedere più cose andando più in fretta.
A un certo punto, mi ha detto: "credo che pioverà anche
domani”. Alla mia espressione vagamente contrariata,
l’uomo aveva sorriso scuotendo la testa. Sapeva che non
potevo capire, ma che era il momento giusto per cominciare a
provarci. Cosi, stando fermi, ad ascoltare la pioggia.

Pino Cacucci 

venerdì 16 ottobre 2009

A piedi nudi


La consapevolezza del momento, l'essere presente nel singolo istante, agire in questo preciso momento.
Essere presenti nel qui ora è lo strumento che ci permette di vivere nella piena espressione delle nostre possibilità. Parlare di qui e ora è diverso da sperimentarlo.

La corsa è uno degli innumerevoli modi di questa vita per metterlo in pratica.

Correre, camminare, il muoversi in generale è un modo di agire ed è un modo di agire naturale.
Ascoltarci, ascoltare il nostro corpo, il battere del cuore, il nostro respiro, sentire i propri polmoni espandersi, sentire il corpo unirsi all'anima e all'universo intero queste sono fondamentalmente le sensazioni che dovrebbero appagarci e farci sentire in qualche modo in armonia con noi stessi e con tutto ciò che ci circonda, estensione quest'ultima della nostro essere.

Ne ho già parlato diverse volte in questo blog del perchè l'uomo sia strutturalmente fatto così e della nostra predisposizione del movimento che abbiamo nei nostri geni ormai assopiti.
In passato ho parlato anche dei Tarahumara che fanno della corsa il loro modo di vivere per spostarsi tra le zone impervie in cui vivono.
Molti corridori Tarahumara si possono considerare tra i migliori ultra maratoneti del mondo nonostante non facciano uso della tecnologia che abbiamo noi uomini moderni. Non conoscono cronografi, integratori alimentari ne tantomeno le nostre scarpe tecnologiche sempre più perfezionate. Corrono in completa libertà con appena ai loro piedi dei sandali chiamati Akaka.

Proprio in merito all'uso delle scarpe moderne che ho incominciato una ricerca sulla rete un pò particolare scoprendo così persone "moderne" che fanno del correre scalzo (barefoot) una virtù, vivendo in pieno il gesto, atavico e naturale, del movimento.

I piedi sono il perno dei nostri movimenti deambulatori.
Per migliaia di anni gli esseri umani hanno vissuto scalzi con una postura e un movimento naturale armonici alle proprie necessità. Con la scarpa si è persa questa disinvoltura.

immagine tratta da barefootted.com

La scarpa limita i movimenti del piede in particolar modo quelli delle dita facendo in modo che la muscolatura di queste si indebolisca. Questo particolare cambia completamente il corretto equilibrio di tutto il corpo, il cui baricentro si sposta in avanti, con effetti negativi sulle ossa dell'intero scheletro.

Con la scarpa si perdono le percezioni da parte dei meccanoricettori del piede, i quali devono identificare la distribuzione delle varie pressioni e di conseguenza non si riescono a dare le giuste informazioni al sistema nervoso che regola i muscoli del nostro corpo fondamentali per tenere una giusta postura e un giusto equilibrio.
La scarpa impedisce il normale e corretto movimento dei piedi, ne indebolisce la muscolatura, fa si che il carico non si distribuisca dinamicamente sull'intero piede ma che gravi rigidamente sul solo calcagno, e pertanto predispone a difetti posturali, può portare dolori alle ginocchia, alle anche, alla schiena o fasciti plantari. Quasi l'80% della popolazione occidentale presenta questi tipi di problemi semplicemente camminando.
La scarpa inoltre sopprime la sensibilità tattile del piede, che non percepisce più la qualità del terreno, e rende l'incedere meno sicuro, i piedi non assumono più la posizione ottimale, il passo diviene meno cauto con conseguenti contraccolpi sul corpo.
Al contrario, camminando o correndo scalzi, oltre ad esercitare correttamente la muscolatura del piede e favorire una distribuzione corretta dei carichi, si favorisce la traspirazione (la pianta del piede ha tra le più alte concentrazioni di ghiandole sudorifere di tutto il corpo), produce un massaggio riflessologico che stimola positivamente tutto l'organismo, favorisce la circolazione sanguigna degli arti inferiori e, di conseguenza, quella di tutto il corpo.

Per concludere i piedi nudi permettono di conoscere il mondo in una maniera più diretta e consapevole.

Essere consapevoli del fatto che la vita si svolge in questo istante, e viverlo intensamente è senza ombra di dubbio il miglior modo per poter essere partecipi in pieno come essere nella nostra esistenza. Essere parte del cerchio. Agire e non pensare. Se pensiamo troppo il momento è già passato. Porgiamo attenzione in ciò che facciamo...

Qual'è la prima cosa che succede quando si tolgono le scarpe?
Si incomincia a prestare attenzione!
Mick "The Barefoot Sensei" Dodge

mercoledì 14 ottobre 2009

Nati per correre

È di oggi un articolo della Repubblica che si ricollega in qualche modo alla teoria di Lieberman e Dennis Bramble.

'Bolt? Qualunque aborigeno della preistoria l'avrebbe surclassato. Il record mondiale del salto in alto è stato, almeno fino a un secolo fa, alla portata di buona parte dei giovani Tutsi, del Ruanda, che nelle cerimonie di iniziazione all'età adulta saltavano 2,50 metri e più, contro i 2,45 di Sotomayor. Questi ed altri esempi si possono trovare in un libro dell'antropologo australiano Peter McAllister, intitolato Manthropology, dove lo studioso smitizza sistematicamente il mito del progresso fisico-atletico della nostra specie, e in particolare del genere maschile.

Il sottotitolo, che suona come "La scienza dell'inadeguatezza dell'uomo moderno" è di per sé eloquente premessa della tesi dello studioso: il maschio dei nostri giorni è una mezza cartuccia. "Se stai leggendo questo libro - scrive McAllister nella sua prefazione - o se sei il 'lui' per cui qualcuna ha comprato questo libro, sei il peggior maschio della storia. Senza 'se' e senza 'ma': il peggior periodo del maschio: come categoria, infatti, siamo la più penosa coorte di maschi di Homo sapiens ad aver calpestato il pianeta Terra".

Attingendo a una gran quantità e varietà di fonti, lo studioso ha trovato, sostiene, evidenze che attestano l'inferiorità dell'uomo moderno rispetto ai suoi predecessori in numerosi campi. Tra questi, alcune discipline dell'atletica leggera. Le sue conclusioni sulla velocità degli aborigeni australiani vissuti 20mila anni fa si basano su alcune impronte, rinvenute su un terreno fossilizzato nel suo Paese. Le tracce appartengono a sei uomini, ed è stato possibile accertare che si tratta di individui che inseguivano una preda animale. Ma McAllister è andato oltre e, analizzando le tracce di un singolo uomo, denominato T8, ha provato che doveva correre ad una velocità di 37 km orari. Bolt durante il suo record mondiale ottenuto a Berlino, ha superato quota 44: ma si tratta di una velocità di punta, di un atleta che corre su un terreno ideale, con scarpe ultraspecializzate e annessi tacchetti. Lo studioso ipotizza che quel particolare aborigeno, che correva a piedi scalzi su un terreno "molle", avrebbe comunque potuto raggiungere i 45 orari. E non necessariamente si trattava del Bolt dei suoi tempi...

"Possiamo affermare che T8 ha accelerato fino alla fine della sua corsa, e dare per certo che corresse vicino ai suoi limiti, dal momento che inseguiva una preda - ha spiegato McAllister a Cambridge, Inghilterra, dove temporaneamente lavora e risiede -. Ma lo faceva in condizioni ben diverse da quelle che si riescono a creare su una pista di atletica. Oltretutto non ci sono ragioni per pensare che molti dei suoi coevi non fossero in grado di correre altrettanto veloci: fossilizzazioni come quella su cui sono stati eseguiti i test sono talmente rare che le probabilità di aver trovato proprio quella dell'uomo australiano più veloce del suo tempo (e del più rapido del mondo) sono estremamente rare.

McAllister va oltre e racconta che foto scattate da un antropologo tedesco all'inizio del Novecento mostrano giovani Tutsi che saltano fino a 2,52 metri. Anche qui, ovviamente, senza tacchetti, e senza Fosbury... "Si tratta di un rituale di iniziazione, che consisteva nel saltare almeno la propria altezza. Lo dovevano fare tutti per entrare nell'età adulta - spiega McAllister -. Saltavano sin dai primissimi anni di vita per farsi trovare pronti a quell'appuntamento, sviluppando grandi capacità atletiche e tecnica specifica".

McAllister cita altri confronti. Gli aborigeni lanciavano lance di legno duro a 110 metri, contro i 98,48 metri dell'attuale record mondiale del giavellotto. "E' vero che si tratta di strumenti diversi (oltretutto il giavellotto è stato via via appesantito negli anni perché i lanci diventavano troppo lunghi rispetto agli stadi n.d.r.) -. Ma siamo comunque di fronte a un'altra evidenza delle enormi capacità atletiche degli antichi aborigeni, tali che, se per assurdo qualcuno di loro potesse esser fatto partecipare a una moderna competizione di giavellotto, sarei sorpreso di vederlo eliminato dopo i primi lanci".

Ancora: le legioni romane riuscivano a percorrere una maratona e mezzo al giorno (oltre 60 km) con addosso un equipaggiamento che pesava circa la metà di loro; Atene aveva nel suo esercito 30mila vogatori che avrebbero potuto surclassare i vari Abbagnale e Redgrave. Una donna Neanderthal (qui per la verità si tratta di un'altra specie, vissuta in parallelo alla nostra) possedeva il 10 per cento di massa muscolare in più del miglior Schwarzenegger.

Insomma un declino fisico netto e inarrestabile, contro il quale nulla possono - sembra - i criteri di allenamento ai limiti della fantascienza di cui l'uomo moderno, e solamente lui, è in possesso (e, a quanto pare, neppure il doping, dove presente). Con una sola spiegazione. "In questi tempi, siamo spaventosamente inattivi, lo siamo dai tempi della rivoluzione industriale - spiega McAllister - Prima di quel tempo, l'uomo era molto più robusto e muscoloso. Noi vediamo i progressi dell'atletica dell'ultimo secolo, e degli ultimi 30 anni in particolare, frutto di migliorie tecnologico-scientifiche nella capacità di allenare l'organismo umano. Ma se potessimo andare più indietro, le cose cambierebbero".

"Le statistiche su quanto lavorasse più di oggi l'uomo pre-Rivoluzione industriale sono note a tutti - continua l'autore di 'Mantropologist' - Abbiamo perso il 40 per cento della diafisi, della parte centrale delle ossa lunghe perché abbiamo molto meno massa muscolare collocata su quelle ossa. Semplicemente, non siamo esposti agli stessi carichi di lavoro, alle stesse sfide che quotidianamente gli uomini dell'antichità dovevano sostenere e affrontare, e come diretta conseguenza i nostri corpi si sono sviluppati meno. Neanche il livello di allenamento di un superatleta, evidentemente, è in grado di replicare quei carichi di lavoro".

Un invito a tornare al passato? "Tutt'altro - conclude, un po' laconicamente McAllister - Nessuno vuole riproporre la brutalità di quei giorni, ma ci sono cose che potremmo fare meglio, e trarne profitto".'

Fonte: La Repubblica

Oltre al libro Manthropology di Peter McAllister (Codice ISBN: 9780733623912) queste sono altre letture legate all'argomento (in inglese):

domenica 11 ottobre 2009

GPS

Durante il mio viaggio in Italia ho approfittato per comprare un GPS da polso molto utile durante le corse e i giri in bici. La mia scelta è ricaduta sul Forerunner 310xt.


Questo preciso GPS è dotato di funzioni come il cronografo, il calcolo delle distanze, quello delle calorie consumate e della frequenza cardiaca, altitudini, pendenze, velocità medie e massime, virtual partner e waypoint.

Ha una cassa completamente impermeabile che al cospetto del suo predecessore il Forerunner 305 e il modello più piccolo con ghiera, il Forerunner 405, non presenta problemi con l'acqua. Anzi, per la sua duttilità può essere usato anche per attività come il kayak e il nuoto.
Sembra più grande di quello che realmente è ma un punto a suo favore è proprio la sua leggerezza e comodità sul polso.
Con questo aggeggino mi sono un pò divertito quest'estate correndo e andando in bici sul lungomare.
Appena arrivato in Messico ho voluto subito metterlo alla prova per capire a quale altitudine ci troviamo con esattezza (1902 mslm!) e poi anche per togliermi lo sfizio di capire quanta distanza copro durante le mie attività fisiche.
Tutte le attività registrate sul Gps naturalmente si possono trasferire su un database che la Garmin mette a disposizione per cosi controllare su mappa le distanze e i vari parametri.

Questo è il giro di un oretta in Mountain Bike che ho fatto ieri.

sabato 10 ottobre 2009

Di ritorno

Eccomi di nuovo a casa.
Eccomi di nuovo in Messico dopo una sosta durata quasi 3 mesi.
Erano 3 anni che non tornavo in Italia e devo dire che me lo sono proprio goduto questo viaggio.
Incontrare amici dopo cosi tanto tempo fà bene. Condividere ed abbracciarsi con persone che il tempo ha saldato al proprio cuore è una delle cose più belle di questa vita. Ho perfino incontrato persone con cui feci il militare 20 anni fà e che non vedevo da quella data!
È stato un periodo di profondo relax tra spiagge e montagne. Il mese di settembre spettacolare. Per me da sempre il migliore per la sua tranquillità ma anche per quel cambio imminente che aspetta di arrivare. Ogni singolo istante l'ho goduto in pieno. Una riconciliazione con la mia terra che stavo ormai perdendo.
Ho visitato la Sicilia, la terra di mia madre, che con i suoi luoghi e la sua gente è riuscita a stupirmi ancora una volta. Io e Perla ci siamo ripromessi di tornarla a visitare alla prima occasione. E poi ancora i sassi di Matera. Un luogo affascinante dove sembra vivere in un altro tempo. Tra chiesi rupestri e case arroccate connesse tra di loro da labirintiche viuzze.
Gli Abruzzi e le Marche tra spiagge, colline e montagne tra scampagnate e passeggiate per un totale di 4000 chilometri di strada in poco piu di due mesi di Italia.
Siamo tornati in Messico con le valige piene oltre che di cose comprate anche di bei ricordi nonostante alitalia ci abbia fatto arrivare a casa i bagagli dopo 3 giorni :)

Foto scattata a Scala dei Turchi in Sicilia che riassume un pò il contenuto di questo post.